Giornata della Dante 2016

La Giornata della Dante 2016 si è svolta con grande successo il 9 giugno.

Qui di seguito pubblichiamo l'intervento di Ulrike Kindl dell'Università Ca' Foscari di Venezia sul Dizionario Italiano-ladino gardenese di Marco Forni e gli articoli apparsi sulla stampa locale.

 

Ulrike Kindl

Presentazione del Dizionario Italiano-Ladino gardenese di Marco Forni

 

Società Dante Alighieri, Venezia, 09.06.2016, ore 17

Sede del Comitato di Venezia, Sant’Elena, Campo della Chiesa, 3

 

Parole tra mari e monti

La lingua ladina è una lingua strana, un fiore delicato sul possente albero delle lingue neolatine (o romanze): è una lingua minoritaria, non una lingua “minore”, ossia “piccola”, parlata da poche persone.

Il ladino è una lingua che non si esprime, come le grandi lingue nazionali, in un’unica norma centrale cui fanno riferimento tante varianti dialettali, via via sempre più centrifughe se ci si avvicina alle periferie. Il ladino è, esso stesso, quel vivaio di varianti, senza che alcun centro abbia preso l’egemonia culturale, diventando norma.

Il ladino è un’unità nella diversità: solo nella zona ladinofona attorno al centrale massiccio del Sella, il ladino si declina in quattro o cinque idiomi cangianti, identici, però, per tipologia, come ha illustrato il padre della glottologia italiana, Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907), nei suoi splendidi Saggi ladini (“Archivio glottologico italiano”, 1873, pp. 1-556). Il ladino delle Dolomiti è imparentato, a sua volta, con le “favelle” (Ascoli) delle valli retoromance dei Grigioni, a Ovest, dove si parla – sempre espresse in cinque “declinazioni” – il romantsch grischun. Ad Est, invece, nel Friuli, si parla un’altra variante, il furlan, il cui bacino di utenti rappresenta l’isola linguistica ladina più compatta e coesa. 

La dislocazione delle frantumate isole linguistiche ladine sull’arco alpino ha ragioni storiche: è il risultato della complessa storia europea durante il passaggio dall’epoca classica al Medioevo.

Non di storia, però, vorrei parlare ora, né di filologia, bensì di parole moderne, degli strumenti del “ragionare” (ladino gard. rujené), di quel “rasonàr”, che il Boerio definisce con l’accezione di “semplicemente parlare” (Giuseppe Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, 2a ediz. corr., 1856, p. 554).

Allora, parliamo prima di monti, poiché il Dizionario di Marco Forni presenta la veste del ladino nella sua forma gardenese, e la Val Gardena – Gherdëina – è una delle quattro valli acquattate attorno alla roccaforte del Sella, il cuore silente del ladino delle Dolomiti.

Il rapporto tra l’uomo e il suo habitat è un affare serio: nel vivere quotidiano spesso non ci si rende conto del legame tanto misterioso quanto profondo che ci lega alla terra dove siamo nati e cresciuti, la “patria” spesso invocata in nome di principi che nulla hanno a che vedere con il significato più autentico della parola. Il legame tra l’uomo ed il suo ambiente è condizionato da mille fattori di tipo storico, sociale ed economico, che percepiamo nel loro insieme come “condizioni naturali”.
Non è facile accorgersi, invece, della recondita potenza degli aspetti psicologici e sentimentali che ci legano alla nostra terra. L’elemento decisivo di quella metafora identitaria che chiamiamo “patria”, è fornito senz’altro dalla lingua che associamo alla terra natia, e in cui riconosciamo un dato di fatto talmente ovvio da essere persino visto come se ci fosse connaturato.

Che cosa lega i ladini ai loro monti? Ad un territorio che per noi vacanzieri moderni, oggi, sono le montagne più belle del mondo. Prima dell'invenzione del turismo moderno, - e parliamo sì e no di un secolo fa - però, le Dolomiti erano un territorio ostile all’uomo. La terra dava pochi frutti e richiedeva lavoro durissimo per ripagare solo con il minimo indispensabile. Tutta la zona era, quasi inimmaginabile oggi, terra emarginata e di emigrazione, perché la miseria era grande e diffusa. Queste valli all’ombra di paurose pareti che incombono a strapiombo sui pochi pascoli, offrivano un precario rifugio ad una manciata di paesini aggrappati ai ripidi pendii rocciosi, piccole isole di vita perse nel mare pietrificato delle sterili rocce calcaree.
Che cosa ha spinto l’uomo ad insediarsi in un territorio tanto aspro? Quale remoto vincolo lo tenne legato per secoli ad una terra così poco generosa?

Sfogliando il Dizionario di Forni, scopriamo che i ladini non parlano di “patria” – conoscono certamente la voce moderna, ma non “ragionano”, ossia, non “parlano” in chiave moderna. Dicono ncësa (“a casa”, ted. daheim), se intendono il loro paese d’origine, oppure sognano la tiera dl oma (la “terra della madre”, la madrepatria), quella madre parca e severa, a cui dobbiamo dire addio, perché il tempo è scaduto.

Solo intuendo i profondi legami che nel corso dei secoli si sono istaurati tra l’uomo e quell’habitat sublime che sono le Dolomiti, si coglie lo spirito del ladino e si capisce la forza che ha permesso ai loro abitanti di resistere a condizioni di vita spesso proibitive; la stessa forza che ora permette ai loro nipoti e pronipoti di affrontare gli sconvolgimenti dovuti alla trasformazione dell’antica vita legata ai ritmi severi dell’agricoltura e della pastorizia, passata ora alle spietate esigenze tecniche (e urbane) dell’odierna industria del turismo.

Solo allora, lontani dagli spazi e dai tempi arcaici, affiora il soffio lieve del “mal di patria”, la nostalgia, nchersciadum – di cui si può morire, come racconta la leggenda della Lajadira, il paradiso terrestre dell’eterna primavera, alle sponde di un lago luminoso sotto il sole, protetto dalle cime fatate dei “monti pallidi”, (cfr. Karl Felix Wolff, “Lajadira”, in I Monti pallidi. Storie e Leggende delle Dolomiti [1913], traduz. it. 1922, oggi Mursia, Milano, 2016).

Il paese dei sogni non c’è più, solo la nostalgia è rimasta, - e una parola, nchersciadum, che sa di monti, e che il mare non conosce; o forse, l’ha solo dimenticato?

Le Dolomiti sono figlie del mare: le loro forme, così straordinarie e possenti, non sono nate nelle viscere della terra, sono cresciute nei fondali dei caldi mari triassici – milioni di anni fa, quando la specie umana non esisteva ancora e nessun lessicologo pensò a catalogare vocaboli pieni di significati arcani. Eppure, quando sfoglio il Dizionario di Marco Forni, quasi sono tentata di credere ad un’onirica memoria filogenetica.

Il Sella, mare pietrificato, oggi non guarda il mare. Nella dolomia compatta di quella paurosa montagna dorme il tempo, muto e imperturbabile. Ma è l’uomo che crea il paesaggio, costruendo un complesso discorso tra realtà e fantasia, tra le cose e le idee. Il colore del cielo profondo sopra la sagoma tagliente delle vette è detto brum (o brun) – “blu”, come brum è il colore ceruleo delle foschie che velano le montagne durante la calura estiva, e che corrisponde all’accezione di “azzurro”.

Nicola Dal Falco, che ha innescato con Marco Forni un divertente gioco degli specchi sulla vita misteriosa delle parole, – il ladino Forni sul versante italiano, e l’italiano Dal Falco sul versante ladino, – annota, in riguardo alla strana coincidenza dei due colori: “L’inaspettata convergenza ladina su di un solo, insolito lemma, brum, per designare sia l’azzurro sia il blu, ci mette in guardia sulla stretta parentela tra i due colori, quasi che fossero le facce di una stessa medaglia.” (Nicola Dal Falco, Marco Forni, Cuntedes de paroles. Storie di parole, Istitut Ladin “Micurà de Rü”, San Martin de Tor, 2016, p. 24.)

Non è tanto insolito, quel brum, nell’uso del dialetto veneziano, che segnala l’antica voce bru – vedi “blu” (sempre nel Boerio, cit. p. 84).
Andando all’indicato lemma blu, però, scopro che la voce, in realtà, suona blò, “dal francese bleu o dal barbarico bluet. Turchino, Azzurro, Celeste.”  – E poi leggo: “Aggiunto di colore mezzano tra l’acqua e l’aria”.
Brum, in sostanza, è il colore che descrive l’arcano legame tra il mare e i monti.

Venezia, ovviamente, di mare se ne intende. Non è una città di mare, e neanche una città al mare: è una città in mare. Sotto il punto di vista della precarietà dell’insediamento, Venezia è uno stranissimo caso analogo alla scelta di insediarsi in alta montagna, ai fianchi di mostri preistorici come il Sella. La gente che nei primi secoli della nostra era ha scelto come dimora le isole della Laguna, doveva avere davvero dei motivi validi per una decisione così ardua. È immaginabile un posto meno adatto alla fondazione di una città? - paludi, sabbie mobili tra barene infide, acqua alta, malaria. Prima di costruire la città, bisognava letteralmente costruire il fondo su cui costruirla, inventando sistemi ingegnosi contro ogni logica che vuole la pietra massiccia come base, e l’aerea costruzione lignea per i piani alti – eppure nacque quella meraviglia straordinaria che è Venezia, perché è l’uomo che crea il paesaggio, in montagna come al mare.

Venezia si regge sopra una selva di alberi, tolti dalla montagna e inabissati nei fondali della Laguna, resi in tal modo solidi e affidabili. E come se fosse un fiore di quella selva sepolta, il Palazzo Ducale si alza dalle acque con strutture sottili, elegantissime, poggiando i volumi pieni dei marmi in alto, sopra file di archi di inaudita leggerezza aerea, illuminati di riflessi di luce brum, di quel colore “mezzano tra l’acqua e l’aria”.

Mondi diametralmente opposti, le Dolomiti e Venezia, eppure stranamente speculari, sospesi tra cielo e terra, tra l’acqua e l’aria, e legati da un filo di parole che custodiscono il mistero della memoria.

 

Marco Forni, Dizionario italiano-ladino gardenese; Dizioner ladin de gherdëina-talian, Istitut Ladin “Micurà de Rü”, San Martin de Tor, 2013.

http://forniita.ladinternet.it/

 

 

la Nuova.pdf (189381)

_2016 06 16 Il Gazzettino - Giornata Dante.pdf (754121)

 

 

 

BANDO DI CONCORSO

 

"Ti piace questo quadro dell’Inferno di Dante?"

 

Il Comitato di Venezia della Società Dante Alighieri bandisce un concorso per il miglior testo scritto da uno o più studenti delle scuole medie inferiori e superiori di Venezia e provincia, sui quadri riguardanti l’Inferno di Dante, esposti nella sede del Comitato di Venezia della Società Dante Alighieri a Sant’Elena, Campo della Chiesa 3, Venezia.

 

Il ciclo di quadri intitolato “Viaggio pittorico nell’Inferno di Dante” viene esposto per gentile concessione degli “Amici dell’Arte” di Bolzano, associazione diretta dal dott. Amedeo Masetti, e in collaborazione con il Comitato della Dante di Bolzano presieduto dal prof. Giulio Clamer.

 

Gli studenti che intendono partecipare dovranno:

1. Prendere visione dei quadri di “Viaggio pittorico nell’Inferno di Dante”, esposti in sede, S Elena 3, alla Dante, il giorno venerdì 13 maggio 2016 dalle ore  17.30 alle ore  18.30.

2. Scegliere un quadro.

3. Scrivere un testo di non più di 20 righe (mille batture, inclusi gli spazi) che spieghi perché tale quadro è loro piaciuto e quali emozioni hanno provato.

4. Inviare il testo per email o per posta entro il 30 maggio 2016 a info@ladantevenezia.it oppure a Società Dante Alighieri – Comitato di Venezia, c/o Ateneo Veneto, San Marco 1897, 30124 Venezia.

5 Il testo deve indicare nome e cognome dello studente, il nome e cognome dell’insegnante di italiano dello studente, la classe e la sezione, il nome e l’indirizzo della scuola, il recapito email dello studente e il numero di telefono o cellulare dello studente.

 

La premiazione dei migliori elaborati avverrà in occasione della Giornata della Dante in data 9 giugno, alle ore 17, in luogo che verrà comunicato.

 

I premi sono assegnati in memoria di Gabriele Simion da parte della prof.ssa Loredana Spadon.